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Survival, aree di conservazione in Kenya cavallo di troia per il furto della terra

November 17, 2021
Source
Africa Rivista

Il furto della terra è una piaga che affligge le popolazioni africane sin da quando gli europei misero piede nel continente per la prima volta. Da anni Survival conduce un’intensa campagna per denunciare e porre fine ai gravi abusi dei diritti umani dei popoli indigeni e di altre comunità locali da parte di un modello di conservazione di stampo coloniale fondato su pregiudizi razzisti, sempre più militarizzato e oltretutto fallimentare

di Stephen Corry, ex Direttore Generale di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni.

Per esercitare le proprie ambizioni imperialistiche sugli altri si possono adottare due approcci diversi: invadere un territorio con le armi soggiogando la popolazione locale direttamente, oppure portare alcuni dei leader locali, o potenziali tali, dalla propria parte attraverso incentivi e minacce, così da rafforzare il controllo in modo indiretto. I grandi imperi della storia solitamente hanno usato entrambi.

La Gran Bretagna, ad esempio, ha governato l’India assicurandosi la lealtà dei 500 stati principeschi del vasto Paese un poco alla volta. Alcuni li sconfisse in battaglia, altri li conquistò mediante accordi commerciali che portavano benefici a entrambe le parti – o meglio, ai governanti di entrambe le parti. Altri ancora furono costretti ad accettare, o addirittura ad assecondare il dominio britannico dietro incentivi e corruzione. Londra riuscì a stabilire il suo dominio sull’intero sub-continente – e anche oltre – nonostante gli uomini tra le fila del suo esercito e gli amministratori civili fossero quasi sempre in schiacciante inferiorità numerica rispetto ai locali. Nell’Impero anglo-indiano, il rapporto tra britannici e indiani era di 1 a 1000 o più. In Kenya, 23.000 colonizzatori europei dominavano un regno di oltre 5 milioni di africani.

Naturalmente, la resistenza indigena costrinse gli imperi alla ritirata, dimostrando l’insostenibilità del modello imperiale. Tuttavia, la presunzione di superiorità degli europei e la loro convinzione che il resto del mondo avrebbe potuto, e dovuto, essere manipolato a proprio vantaggio si sono dimostrate più difficili da smantellare. Anzi, è possibile che oggi queste idee abbiano lo stesso numero di seguaci che avevano a quei tempi.

Controllo coloniale sulla conservazione

La conservazione è solo una delle aree in cui il controllo coloniale resta ben radicato: lo è senza dubbio in Kenya e in gran parte dell’Africa, ma non solo. Circa il 20% del territorio keniota è stato trasformato in aree protette, di cui circa il 9% è territorio statale e il resto proprietà privata. Le aeree protette sono gestite principalmente dai discendenti dei colonizzatori bianchi e sovvenzionate da enormi quantità di denaro fornite dalle ONG della conservazione e dai governi del Nord Europa e degli USA. Chi ci guadagna, lo fa grazie al turismo non-africano, costituito spesso da ricchi che possono permettersi di spendere un minimo di 1.000 dollari a notte per persona, di cui agli indigeni africani arriva solo qualche briciola. Il salario medio di un keniota impiegato nell’industria del turismo o come guardaparco ammonta a meno di 5.000 dollari l’anno.

Negli ultimi decenni del secolo scorso, alcuni conservazionisti benintenzionati cominciarono finalmente a prendere in considerazione le critiche. L’accusa era quella di essersi appropriati di terre indigene e altrui senza il consenso dei diretti interessati, e senza aver nemmeno finto di averlo chiesto. Iniziarono a rendersi conto di dover riformare con urgenza il concetto tradizionale di area protetta africana, ovvero di zone che escludevano la popolazione locale, compresi coloro che vi vivevano da innumerevoli generazioni. Persino chi non aveva alcun interesse a cambiare riconobbe la pressante necessità di modificare la narrativa: a meno di non poter affermare, anche se falso, di collaborare con i locali, avrebbero rischiato di perdere il sostegno dell’opinione pubblica.

Più o meno nello stesso periodo, alcuni contadini bianchi cominciarono a realizzare che i loro territori – che originariamente erano stati affidati loro per produrre cibo per la colonia – avrebbero potuto fruttare molto di più se convertiti in aree protette dove ospitare visitatori paganti. Le spese complessive sarebbero state irrisorie: le proprietà erano state sottratte agli africani e consegnate ai coloni gratuitamente, le case e le altre strutture erano state costruite da lavoratori locali sottopagati, e tra gli abitanti del posto si potevano facilmente prelevare stuoli di servi (ora chiamati “staff”). Per contro, gli ospiti d’oltremare sarebbero stati ben felici di sborsare le stesse cifre che erano abituati a spendere per sistemazioni di lusso nel Nord del mondo, o addirittura di più, perché l’esperienza dell’Africa selvaggia” era molto apprezzata e ben vendibile. L’eterna fantasia bianca di un’Africa subsahariana come incontaminato Giardino dell’Eden, popolato in gran parte da grandi animali esotici e resa popolare nella letteratura e nel cinema per tutto il XX secolo, avrebbe potuto rivelarsi una gallina dalle uova d’oro.

La gallina dalle uova d’oro

La consapevolezza che i tempi erano maturi per accaparrarsi il denaro della conservazione sembra sia comparsa per la prima volta negli anni ’80 a Lewa Downs, un vecchio ranch a nord del Monte Kenya che il governo coloniale aveva assegnato alla famiglia Craig sessant’anni prima. I Craig ne avevano già affittato una parte a una donna inglese, Anna Merz, che vi aveva importato rinoceronti da tutto il Kenya, tenendo gli animali dentro – e gli africani fuori! – grazie a guardie armate e recinti elettrificati. Ian Craig, ex cacciatore di grandi animali, decise di plasmare l’intera tenuta sul concetto di turismo faunistico, introducendovi altri rinoceronti e altre specie iconiche che i visitatori avrebbero pagato per vedere.

L’ex tenuta di Lewa diventò la forza trainante di una nuova ondata di aree protette, conosciute come “wildlife conservancy” (aree di conservazione), che stanno spuntando in tutto il Kenya e non solo. Molte sono sostenute da una ONG locale piuttosto oscura, la Northern Rangelands Trust (NRT), fondata dallo stesso Craig nel 2004 (anche se la NRT dà una diversa versione della sua nascita, sostenendo che l’idea iniziale sia arrivata da Francis Ole Kaparo, ex portavoce dell’Assemblea Nazionale del Kenya). La NRT è a sua volta profumatamente sostenuta dalla più grande e ricca organizzazione conservazionista statunitense, The Nature Conservancy (TNC).

Oggi esistono una quarantina di “aree di conservazione” che coprono circa l’11% del Kenya (6,3 milioni di ettari secondo l’ultimo calcolo). Hanno superato in estensione i parchi nazionali e sono spesso definite come l’avanguardia della riforma conservazionista, che ha cestinato il vecchio modello “fortezza” per sostituirlo con una “conservazione basata sulle comunità”, apparentemente sotto il controllo o addirittura la titolarità dei locali. Queste aree sono oggi la risposta standard alle critiche secondo cui la protezione della fauna selvatica sarebbe ancora, essenzialmente, di stampo coloniale, gestita da e per i non-africani.

Come spesso accade per i progetti realizzati nel Sud del mondo – e, in realtà, anche per molti nel Nord – scavando sotto la superficie della propaganda vengono alla luce lati nascosti. Per cominciare con una digressione, oggi si continuano a celebrare i legami di Lewa con il vecchio potere coloniale. Il principe William ha trascorso proprio lì parte del suo “anno sabbatico” nel 2000, è stato fidanzato con la figlia di Ian Craig e resta un assiduo frequentatore della tenuta, in cui ha fatto la proposta di matrimonio a Kate Middleton. Nel 2016, la Regina ha conferito a Ian Craig l’Ordine dell’Impero britannico. Anche i ministri del governo britannico sono stati ospiti della struttura, incluso il premier Boris Johnson. Non è difficile leggere tra le righe. La più grande base militare britannica in Africa si trova a meno di 50 km, a pochi minuti di elicottero.

L’uso della terra nel Kenya settentrionale è la chiave per capire come sono state istituite le “aree di conservazione” e quali problemi stanno creando. Scendendo lungo i freschi e fertili pendii del Monte Kenya si giunge a un bassopiano che si estende per 250 km a nord verso il confine etiope: il clima si fa più caldo, arido e meno adatto all’agricoltura stanziale. È il territorio tradizionale di diversi popoli che da centinaia, o forse migliaia di anni vivono di pastorizia nomade: allevano pecore, capre, cammelli e, soprattutto per Masai e Samburu, bovini. A un primo sguardo può sembrare un modo arduo di vivere in un paesaggio in cui cresce solo una scarsa vegetazione. Ma nella pratica, come avviene per molti stili di vita “tradizionali”, è altamente – e sofisticatamente – in armonia con l’ambiente. Dipende da un alto grado di mobilità, con greggi che percorrono grandi distanze per sfruttare le precipitazioni regionali, il cambio di stagione e la comparsa o scomparsa dell’acqua di superficie. Sia le greggi sia i pastori sanno dove sono diretti e perché, e applicano una conoscenza complessa del territorio e delle acque, consolidata nel corso di molte generazioni.

L’ambiente dà sostentamento sia al bestiame sia alle comunità umane, e viene poi lasciato a rigenerarsi fino all’arrivo del gregge successivo. Ma non solo: è anche il contesto in cui questi popoli sono nati e in cui è stata plasmata la loro identità. Molti popoli diversi (Rendille, Borana, Gabbra, Turkana, Pokot ecc, ma anche Samburu e Masai) sfruttano lo stesso terreno ed esiste quindi un continuo equilibrio di vicinato e di valori condivisi che fa da contrappeso ai potenziali attriti legati alla competizione per i pascoli e l’acqua. Le frontiere nazionali, tracciate con il righello dai poteri coloniali su una cartina geografica, sono fondamentalmente invisibili e sostanzialmente porose, con la travagliata Etiopia al nord e la Somalia lacerata dalla guerra a est.

Il dominio britannico su questa parte di Africa durava da meno di trent’anni quando la fine del “Raj” in India, nel 1947, segnalò chiaramente il tramonto dell’impero nel suo complesso. Dopo diversi anni di lotta armata, repressa con violenza dai colonizzatori, finalmente, nel 1963 il Kenya ammainò il vessillo inglese. Ma i Britannici lasciarono sul territorio qualche migliaio di coloni e molte delle loro convinzioni più profonde, tra cui la diffidenza, se non ostilità e disprezzo, con cui tutti i governi nazionali guardano ai popoli che preferiscono uno stile di vita nomade a uno stanziale: ovviamente, i nomadi sono sempre molto difficili da tassare e controllare.

Pastori come parassiti dell’ambiente?

Invariabilmente, i conservazionisti vecchio stile considerano i pastori come parassiti dell’ambiente, che lo prosciugano delle risorse senza restituirgli nulla in cambio. E ciò, a dispetto della sempre maggiore consapevolezza scientifica sul fatto che gli ecosistemi delle grandi pianure erbose dell’Africa orientale sono una creazione proprio degli animali da pascolo, che arricchiscono il territorio anziché depauperarlo. I popoli che vivono di pastorizia nomade, così come i cacciatori raccoglitori, praticano uno stile di vita che in realtà aumenta la biodiversità anziché ridurla, e che sostiene da millenni un’enorme porzione della popolazione africana. Secondo le stime più alte, almeno un quarto della popolazione di tutta l’Africa dipende dalla pastorizia.